Bosnia 2015

teatroZAPPAtheater a Tuzla

Con la zappa si rivolge la terra con il teatro il territorio

Tuzla ha ancora molti palazzi con le facciate pieni di buchi. In questi buchi i passerotti ci hanno fatto i nidi non sapendo che devano la loro fortuna a una scheggia di granata. Anche il nostro spettacolo “Don Quijote” deve la sua fortuna alle armi…chissà se, noi teatranti, saremmo mai andati in Bosnia se prima non fosse stata “teatro” di guerra? Paradossalmente la guerra ci ha creato uno “spazio” libero che attendeva qualcuno che lo occupasse, lo riempisse di “contenuti”. Se sbirciavo tra i mattoni vedevo di quali contenuti i passerottini riempivano i buchi. Il rischio di fare altrettanto è sempre molto alto, in questi casi a salvarci, forse, è stata la metodologia, ormai collaudata, del nostro teatroZAPPAtheater, un teatro “terraterra” fatto con la comunità e per la comunità di un determinato territorio.
La risorsa principale del nostro teatro è lo spettatore! Così come si va avanti nella costruzione dello spettacolo e nella formazione del gruppo di attori contemporaneamente si pensa e si agisce per formare il gruppo di spettatori. Non si capisce come mai lo spettatore, pur essendo l’altro polo senza il quale non ci sarebbe quel campo magnetico che è il teatro, è poco considerato dal teatro contemporaneo o è ridotto a semplice fruitore, diciamo pure consumatore, dello spettacolo!
Casuale o anticipatamente preparato… lo spettatore dei nostri spettacoli si accorge di essere in scena e diventare a sua volta oggetto scenico, meritevole di attenzione e quindi produttore inconsapevole di senso, quando percepisce che è lo specchio nel quale si riflette il fatto teatrale. Comprende in quel momento che alimenta e attiva il processo teatrale nella misura in cui riesce ad interpretare al meglio il suo ruolo di rimando. Sente che è giocatore della stessa partita e lo spettacolo che si produce è anche frutto della sua capacità di rispondere botta su botta come in una partita di tennis. Accade spesso nei nostri spettacoli che, aiutati dall’ambiente e dalla drammaturgia, lo spettatore diventi attore obbligando il cambio di ruolo all’attore stesso! Come è accaduto a Emir quando una spettatrice è entrata in scena, è salita sulla fontana sulla quale stava l’attore e l’ha abbracciato e poi, rivolta al pubblico, ha gridato: “Anch’io sono un cavaliere errante!” Gli altri spettatori non riescono più a distinguere chi è realmente l’attore e chi “interpreta” solo il ruolo di spettatore. Come quella volta nelle Marche che durante una scena in un cortile a una delle tante finestre si affaccia una mamma che allatta al seno il suo bambino: lei guarda lo spettacolo ma gli altri spettatori guardano lei. Questo è una delle risorse forse più interessanti del nostro teatro itinerante. La simultaneità delle scene, spesso imprevedibili, che obbliga l’attore a una presenza costante e a una capacità molto forte nell’accogliere “l’incidente”. Lo spettatore diventando lui stesso corpo scenico si integra nello spettacolo e consente a ogni spettatore di “farsi il proprio film” montando le scene secondo il proprio gusto estetico o la sensibilità percettiva del momento. Le variabili sono tantissime, non ci sono solo gli attori e la storia “principale” ma ci sono appunto gli spettatori, il contesto urbano, la scenografia naturale... per non dire dei cambi di luce, di suoni e percezione altre che un contesto chiuso e ristretto come un teatro “borghese” non potrà dare mai. È un teatro vivo che si fa al momento, autentico, spontaneo e vitale, oserei dire anche necessario. Come è stato necessario per alcuni attori e molti spettatori fermarsi alla Kapija: luogo del massacro di 20 anni fa, e ricordare le vittime di quel giorno con un gesto simbolico... o lasciare al sindaco l’idea principale dell’ultima scena e piantare un albero alla memoria di Alexander Langer.
Ma lo spettatore va preparato! Non basta la solita comunicazione per informare…nel nostro teatro servono altri strumenti che da una parte informano dall’altra motivano lo spettatore, che resta, sia ben inteso, potenziale! Esistono una serie di esercizi teatrali che vanno giocoforza realizzati all’aperto e in contatto diretto con il territorio e la gente che lo vive. Ma di estrema efficacia risultano quelle cosiddette “prove aperte” dove però non è la gente che viene invitata a venirci a vedere ma siamo noi stessi che andiamo da loro. Il cerchio “scenico” interno al quale l’attore si è preparato durante il periodo laboratoriale, si apre sempre più fino ad uscire dalle quattro mura che ci ospitavano e si allarga fino ad inglobare tutto il quartiere, e poi la città…
Per questo motivo è stata utilissima la prova fatta nel cortile dell’asilo che stava accanto. Tutti quei bambini biondi che nei giorni precedenti, silenziosi, ci guardavano tra le maglie della rete metallica, hanno per una volta avuto l’onore di avere tutta la compagnia a loro disposizione… alla quale hanno fatto domande al termine della rappresentazione. Ma ancora più utili sono state le prove sugli itinerari a contatto diretto con la gente dei condomini e quella occasionale della strada. Efficacissime sono state tutte le “enquête” condotte autonomamente dagli attori per cercare e ricercare sul proprio personaggio: fase necessaria per trovare “compagni d’avventura”! Grazie a questo lavoro il gruppo si è raddoppiato. Per non dire triplicato considerando anche tutti gli assistenti necessari per la realizzazione di tutte le scene. Nel frattempo la gente dei quartieri, le istituzioni, i media, i poliziotti, quelli dei bar a cui si chiedeva di abbassare la musica durante i passaggi, insomma tutta la comunità veniva ad essere informata e coinvolta nell’evento che da lì a pochi giorni si sarebbe realizzato. Questa la ragione per cui il giorno dello spettacolo ha avuto oltre un migliaio di spettatori. C’è poi un’altra grande fase di preparazione dello spettatore. Ai nostri spettacoli c’è una fase preparatoria in cui viene spiegato e praticato il ruolo e la modalità di comportamento adeguato per meglio usufruire dell’evento. Insomma, lo spettatore per noi è una risorsa grande quanto quella dell’attore e di tutta la macchina teatrale: una risorsa che se adeguatamente preparata può nutrire lo spettacolo in modo esponenziale…altrimenti i rischi di distruzione in un contesto così fragile come negli spettacoli all’aperto ed itineranti sono all’ordine del giorno quasi quanto un improvviso temporale!
Ho lasciato Tuzla e poi Sarajevo con la strana sensazione di aver riempito spazi che a uno sguardo distratto danno la medesima sensazione del vuoto precedente, mentre in cielo i passeri, con le loro piacevoli grida, riempivano lo spazio tra il mio naso e il sole del tramonto.

 

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